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Ahmad, il bambino siriano con le braccia amputate da una bomba, chiede ai governi del mondo di realizzare il suo sogno

 

Non ha più le braccia, Ahmad Alkhalaf, un bambino siriano di Aleppo, di 11 anni, le ha perse tre anni fa, quando l’esplosione di una bomba in un campo profughi ha ucciso tre dei suoi fratelli. Insieme al papà è arrivato negli Stati Uniti, dove ha avuto un anno molto impegnativo: ha imparato ad andare in bicicletta e sui rollerblade, a praticare le arti marziali e a fare ginnastica e ha passato l’estate a giocare a calcio e a nuotare in un lago alla periferia di Boston. E ha ricevuto le sue prime protesi per le braccia che sta provando. Ma ora ha un sogno e per l’anno nuovo: il suo sogno rimane quello di riabbracciare la mamma e i quattro fratellini sopravvissuti, che vivono a Istanbul.

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«Vorrei che la mia mamma venisse qui – ha spiegato -. Tutto è possibile, in questo mondo. Bisogna solo credere in se stessi». Suo padre, Dirgam Alkhalaf, sa che il nuovo presidente, Donald Trump, si sta impegnando proprio per ridurre l’arrivo di siriani e musulmani verso gli Stati Uniti. Ma ha comunque fatto richiesta di asilo, e vorrebbe lanciare una petizione per chiedere di permettere anche al resto della sua famiglia di vivere in America. «Non mi resta che essere fiducioso, sperando che lui faccia la cosa giusta – dice, parlando di Trump -. Non importa quello che dice la gente: io sono ottimista».

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Di tornare in Siria non se ne parla: «Non ci è rimasto niente. La nostra casa è distrutta. Non avremo un posto dove andare, se gli Stati Uniti non ci vorranno più». Alkhalaf lavora come guardia di sicurezza in una moschea da quando ha ottenuto il permesso di lavoro a luglio. Spera di superare presto l’esame per la patente.

Ahmad sta frequentando la scuola, e i suoi insegnanti sono impressionati da quanto si stia impegnando per cercare di integrarsi. «Vuole parlare con la gente e capire», ha spiegato una delle sue maestre. Ma di notte non dorme bene: continua a sognare le esplosioni.

Spesso parla con la mamma, che sta cercando di mantenere i figli con le offerte delle associazioni musulmane e tutto quello che il marito può mandarle. Il bimbo dice che sta cercando di tirare su il morale della madre raccontandole tutto quello che impara e sperimenta. «Cerco di farla felice, ma è dura».

Il papà sa che se fossero tutti insieme, «almeno metà delle nostre battaglie sarebbero vinte. Non si può avere un parente sì e l’altro no. Non importa quanto confortevole sia la vita qui: manca qualcosa di immenso».